Uno spartito come fermo immagine: The Stolen Cello di Redi Hasa

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Redi Hasa

Sabato 26 settembre nella Cavallerizza del Castello Volante di Corigliano d’Otranto la quattordicesima edizione del SEI festival accoglierà la presentazione ufficiale di The Stolen Cello”, primo album solista del violoncellista albanese Redi Hasa che, anticipato dai singoli “Seasons going by”, “Dajti Mountain” e “‘Wave” è appena uscito per Decca RecordsDai Balcani alle terre della Tarantola a Robert Plant e Ludovico Einaudi: in un violoncello rubato Redi Hasa ha messo tutta la sua vita. Maestro e mago dello stile cantabile, racconta il mondo invisibile attraverso un suono maestosamente umano. Dopo aver lavorato per molti anni nell’ensemble di Ludovico Einaudi e, non ultimo, per il progetto “Seven Days Walking” (2019), Redi Hasa esordisce da solista con un album ispirato alla sua storia di ragazzo, coinvolto nel conflitto albanese nei primi anni ’90, fuggito in Italia per cambiare vita con la cosa più preziosa che possedeva: un violoncello…

 

Ciao Redi, sei un artista che ha forgiato la propria musica su una forte esperienza personale riguardante il tuo Paese nativo, l’Albania… 

C’è tanto da raccontare e non basterebbe lo spazio di una risposta. All’età di 6 anni ho iniziato il mio percorso musicale nella scuola elementare dove mia madre insegnava. Mia madre era insegnante di violoncello, mio padre ballerino del Teatro dell’Opera di Tirana e mio fratello già pianista solista del Teatro dell’Opera: la musica era il quinto componente della famiglia. E proprio per questo, io volevo fare il calciatore. E per un paio d’anni ho anche giocato anche nelle scuole di calcio della mia città. Ovviamente seguire entrambe le cose non era possibile, così arrivò il momento di scegliere, e a quel bivio ho scelto la musica. Man mano che gli anni passavano e il mio percorso musicale proseguiva, è stato sempre più chiaro che avevo fatto la scelta giusta.

Come hai cucito questo vissuto con la tua musica? Se dovessi rappresentarla con un tuo brano, quale sarebbe?

È difficile scegliere un brano solo. Vi racconto un aneddoto su mia nonna. Un giorno le chiesero quale fosse il suo figlio preferito, lei sorrise e poi mostrò la mano: “Le vedi le dita di questa mano?” disse. ”Qualsiasi dito venga tagliato, provoca lo stesso dolore”. Ecco la mia risposta. Un singolo brano non può racontare tutta la storia per intero: ognuno di questi brani racconta un momento che ho vissuto. La mia musica racconta delle storie. È un processo naturale, come in un sogno, che di notte ha bussato alla mia porta. Senza bisogno di pensare, l’ho lasciata entrare.

A proposito della tua musica, il 4 Settembre è uscito il tuo primo album da solista, The Stolen Cello. Che cosa rappresenta questo tuo lavoro discografico? Che cosa hai voluto portare alla luce con esso?

Il 4 settembre è uscito il mio disco “The Stolen Cello”. Questo disco parla di ricordi, e non solo. Avevo bisogno di fermarmi per un momento, fermare il tempo per conservare le cose preziose che mi ha regalato la vita, scriverle su uno spartito. Questo disco parla della mia memoria da piccolo e non solo. Parla della mia montagna di Tirana (la montagna Dajti), parla del mio albero di ciliegia del mio giardino di casa. Parla dell’odore dei alberi dopo la pioggia. Parla degli incontri che ho fatto qui nel Salento, di tutto ciò che mi sta succedendo intorno, e apre una finestra verso il futuro che mi apetta. Insomma…un delirio!

Molti altri sono gli artisti con cui hai condiviso il tuo percorso artistico come – per citarne alcuni – Kocani Orkestar, Boban Markovic, Ambrogio Sparagna, Antonella Ruggiero, Ludovico Einaudi. Ma la collaborazione che più mi ha incuriosita è stata quella in Carry Fire, disco di Robert Plant, cantautore, musicista e compositore britannico che ha ampliato la complessa alchimia musicale dei Led Zeppelin. Com’è nata questa collaborazione? Hai un ricordo in particolare legato a questa esperienza?

Stavo registrando il mio disco nei Real World studio di Peter Gabriel a Londra. Ero con il mio produttore Alberto Fabris e il fonico Tim Oliver. Stavamo registrando nella “Wood Rom” una sala totalmente in legno con una acustica meravigliosa. Nella sala accanto, c’era questo bel ragazzo con i capelli ricci e biondi che registrava il suo album “Carry fire”. Aveva sentito parlare del mio lavoro e aveva ascoltato il disco “Taranta Project” di Ludovico Einaudi, ma soprattutto amava il suono tradizionale della musica Albanese. Per me è stato un’emozione indescrivibile: ovviamente, sono un fan dei Led Zeppelin, sono cresciuto con loro, punto di riferimento per la musica mondiale. Ero davanti a Robert Plant in persona, una cosa da brivido…prima mi ha chiesto di registrare un brano e poi dopo due giorni mi ha chiesto di farne altri due. Ero felice come un bambino cha ha ricevuto il più bel regalo di compleanno. Abbiamo anche avuto modo di parlare un po’ di musica, era curioso della musica Albanese, ma conosceva bene anche quella salentina perché aveva ascoltato il disco di Ludovico (Taranta Project).

Il 26 settembre suonerai sul Palco del Sei Festival con un ricco ensemble di artisti…

Sono molto emozionato per questa presentazione, e mi sento felice e onorato di condividere il palco con Artisti che adoro, personalmente e musicalmente. Saranno con me Rocco Nigro (Fìsarmonica), Vito de Lorenzi (percussioni), il Quartetto d’archi Choríon (Ivo Mattioli violino, Danilo Mattioli violino, Cristian Musio viola, Marco Schiavone violoncello), Laura De Ronzo che ci farà volare con la danza. E poi mio fratello Ekland Hasa al pianoforte che sarà l’ospite speciale.

Intervista a cura di CristiAna Francioso
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Il concerto rientra nella Programmazione Puglia Sounds Live e Producers 2020/2021 dellaRegione Puglia (FSC 2014/2020 Patto per la Puglia – Investiamo nel vostro futuro)