IL TERRENO FERTILE E POLIEDRICO DI “RACINES” DEI C’MON TIGRE

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Giovedì 29 luglio alle 22 (Ingresso 18 euro – Prevendite su Dice -> bit.ly/SEI_CmnTigre) nel Fossato del Castello Volante di Corigliano d’Otranto si esibiranno i C’mon Tigre, un cantiere aperto dove bassi e chitarre dialogano con fiati, synth, percussioni, vibrafoni, immergendo l’ascoltatore in un viaggio sonoro sensuale e ipnotico. Salpando dal bacino del Mediterraneo e lasciandosi guidare dalla fascinazione per l’Africa e il Medioriente, i C’mon Tigre danno forma a un linguaggio inedito, originale, fatto di commistioni con il jazz, l’afrojazz, le ritmiche dell’hip hop, il funk, la disco anni Settanta. Il tutto senza mai chiudersi in uno stile, ma spingendo al massimo l’esplorazione quale dimensione che ogni viaggio degno di questo nome dovrebbe racchiudere.

 

 

Il vostro ultimo album si intitola “Racines”, ma date le innumerevoli influenze culturali presenti nella vostra musica sembra quasi che voi non ne abbiate di “radici”…

In effetti ci piace muoverci da cani sciolti, ma non avere radici è impossibile, si cadrebbe a terra. Crediamo di averne molte, di radici, ed averne molte ci dà modo di poterci nutrire da punti distanti e differenti, di assorbire molto da quello che ci circonda.

Pilastro importante della vostra musica è la ricercatezza dei suoni. Quali sono gli strumenti principali che avete utilizzato per la produzione del vostro lavoro? 

Anche in questo ci sentiamo parecchio liberi, usciamo molto allegramente dalla nostra comfort zone, motivo per cui in studio suoniamo molti più strumenti di quelli che solitamente maltrattiamo durante il live. Ad esempio nell’ultimo lavoro c’è stato un utilizzo di drum machines e sintetizzatori abbastanza importante, ad integrare le parti di voce e chitarra alle quali comunque dedichiamo molta cura. Il suono delle vecchie macchine analogiche ci ha sempre intrigato, hanno un’anima che non sempre è buona.

Come avete scelto i musicisti con i quali collaborare?

Arrivano semplicemente dai nostri ascolti, Danny Ray Barragan fa parte della scena californiana attorno a The Gaslamp Killer e Gonjasufi, Mick Jenkins ha fatto delle cose splendide con i BadBadNotGood, con le Tiptons siamo amici da tempo. Sono solo alcuni esempi, abbiamo pensato semplicemente che sarebbe stato splendido poter collaborare con loro, abbiamo scritto ed è successo. Poi ci sono i musicisti con i quali condividiamo il palco durante i tour, Beppe Scardino, Pasquale Mirra, Mirko Cisilino e Marco Frattini che hanno un talento da farci invidia ogni volta.

I vostri lavori non saziano solo le orecchie ma anche gli occhi, infatti la vostra musica è arricchita dall’arte visiva presente nei vostri videoclip con i quali, tra l’altro, avete vinto numerosi riconoscimenti. Ma cosa nasce prima: l’idea del video o la musica? Qual è il processo creativo dietro a tutto questo?

Immagine e suono vanno di pari passo, il processo è molto naturale, la nostra scrittura è da sempre legata ad un immaginario. Scriviamo musica con una visione ben chiara in testa, ogni volta, ed è per questo che in Racines abbiamo deciso di esplodere visivamente i brani, ogni traccia è rappresentata da un artista visivo differente. È stata la realizzazione di ciò che avevamo in testa da tempo, un apice, una sorta di chiusura del cerchio. 

Com’è cambiato il vostro modo di fare musica rispetto al precedente album “C’mon tigre”?

Non crediamo sia cambiato, o per lo meno non lo ha fatto in maniera importante, la matrice resta la stessa, più che altro sono cambiate le cose attorno a noi, e noi con loro.

La pandemia ha tolto molto a tutti, in particolar modo a voi lavoratori dello spettacolo. Molte sono state le manifestazioni – vedi Bauili in Piazza a Milano o Ultimo Concerto – e le proteste di dissenso perché i diritti del settore dello spettacolo venissero riconosciuti. Secondo voi questo periodo è riuscito a restituire un po’ di lustro all’arte o ha solo “tolto” la possibilità di essere vissuta in pieno?

È stato ed è tutt’ora un periodo molto difficile, molto intenso, ad esser sinceri crediamo sia ancora complicato capire quali cambiamenti abbia portato e porterà. La solidarietà è indubbiamente qualcosa di cui c’è molto bisogno. Cosa abbia tolto o restituito questo periodo è abbastanza soggettivo, di sicuro ha reso difficile la condivisione.

Abbiamo lanciato l’hashtag #wecanbeheroes, in che modo un artista può essere un eroe in questo periodo?

Difficile da dire