Il potere maieutico dell’oscurità del nuovo album di Gianluca De Rubertis

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Dopo la fortunata parentesi musicale con il duo “Il Genio” (come dimenticare il singolo “Pop porno“), gli album solisti “Autoritratti con oggetti” (Niegazowana Records, 2012) e “L’universo elegante” (MArteLabel, 2015), le collaborazioni con MorganDelleraAmanda Lear e tanti altri noti musicisti della scena italiana, anticipato dal singolo PantelleriaDe Rubertis torna con il suo terzo lavoro solista che mostra una cifra stilistica che unisce una scrittura raffinata e profonda a una “semplicità” pop. Con “La violenza della luce” l’autore riflette, nel modo più autentico possibile, sul potere maieutico dell’oscurità, su come nel “buio” di una condizione esistenziale difficile si possa raggiungere una presa di coscienza insperata. Il tour del disco, prima del nuovo DPCM, prevedeva una tappa anche all’interno del Sei – Sud Est Indipendente Festival, che però è stata rimandata a data da definirsi. Intanto abbiamo comunque voluto fare una brave chiacchiera con il cantautore che ha raccontato gli aspetti interni del suo nuovo disco, pronunciandosi anche sulla situazione attuale che il mondo dello spettacolo sta affrontando.

Ciao Gianluca, il 23 ottobre è uscito il tuo nuovo disco “La Violenza della Luce”. Un concept album definito da te “privo di concetto.”. Spiegaci che cosa intendi …

Non ha la caratteristica di un concept album, però lo potrebbe essere nel momento in cui si va a scavare un po’ più a fondo a quello che lega i brani. Se lo si facesse non si troverebbe una storia o un argomento specifico bensì un sentimento, una sorta di empatia che oscilla tra la voglia di chiarezza, di luce. Ecco sì, sarebbe una ricerca di consolazione.

Il tuo disco è stato anticipato dal singolo Pantelleria. Un brano che presenta un testo con notevoli figure retoriche, mettendo in evidenza la tua scrittura raffinata e profonda con una spiccata accessibilità pop. Come è nato questo brano?

È l’unico brano che è stato scritto un po’ più tardi rispetto agli altri. Le canzoni del disco sono state messe in scaletta nell’ordine in cui sono nate. In Pantelleria la cosa che ha colpito molto è stata l’immagine dell’isola, quel corollario di emozioni che portavo con me. Era lì dentro ed aspettava di essere portata fuori. Una canzone che è nata durante una notta, durante il dormire e che ho poi scritto al mattino appena sveglio, ce l’avevo già pronta nel cervello.

Nonostante la situazione drammatica causata dal Covid-19, avevi in programma un tour promozionale. Poi è arrivato il nuovo DPCM. Un’altra croce sul mondo dello spettacolo. Come stai vivendo questo momento?

Ne sto parlando molto anche sui social. Ci sono un po’ di argomenti, di idee che sto pensando ed organizzando. A breve spero che si sentirà ancora di più la mia opinione dispregiativa nei confronti delle manovre di questo governo che non ci sta affatto tutelando. Diciamo questo, ecco… .

La tua carriera musicale vanta anni e anni di esperienza ed il tuo nuovo album è un lavoro maturo che riesce ad abbracciare un sound pop molto attuale. Come hai evoluto le tue sonorità nel corso del tempo?

Non ho mai fatto dei progetti sulle sonorità. I suoni li si sceglie un po’ come le camicie al mattino. Quando ti svegli ne guardi una e pensi “forse questa è un po’ fuori luogo” e allora ne prendi un’altra a tinta unita e poi magari dopo due settimane ti scopri uno amante delle righe e successivamente ti piacciono le fantasie scozzesi. I suoni sono vestiti, non fanno del tutto le canzoni. O meglio, creano l’accoppiata perfetta tra la ricerca estetica ed etica di un brano e possono creare una marcia in più. In La violenza della Luce, ad esempio, i brani potrebbero essere suonati con la sola chitarra o col solo piano però la composizione rimarrebbe sempre quella. L’anima del brano è sempre la stessa ma rivestita in maniera diversa.

La tua musica ha da sempre accompagnato quel panorama “indie” che attualmente sembra stia diventando il nuovo pop. Che cosa pensi riguardo all’attuale scena musicale indipendente?

La parola “indipendente” ormai racchiude la musica mainstream. Ho sempre odiato questa parola, mi è sempre stata sul culo. Fare musica “indipendente, nei casi più fortunati come in America o Seattale, significa dire “non abbiamo una major che è interessata a questa scena musicale ma creiamo etichette piccole per portare la nostra musica al grande pubblico”. Nei peggiori dei casi, come in Italia, invece un artista pensa “vorrei ma non posso” perché non ci sono le major e soldi, quindi “facciamo le cose a cazzo”.

Oggi quello che viene chiamato “indie” ha più soldi e viene finanziato meglio di prima e da una parte meglio così.

Poi l’indipendenza, la libertà sono parole pericolose, perché non significano un cazzo. Uno vuole sentirsi indipendente o libero… sì, ma da che cosa? Un genere di musica che si definisce indipendente non esiste.

Grazie Gianluca, ti salutiamo chiedendoti di fare un invito a tutti coloro che in questo periodo non possono assistere ai concerti dal vivo…

Facciamo un appello, sì: che ognuno personalmente ospiti un artista per un home concert pensato con 5 persone conviventi. Io sono disposto a farlo. Più di questo non so che dire.