GLI INUDE: TRE ANIME CONNESSE DALL’ELETTRONICA

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Venerdì 13 agosto sul palco delle XV edizione del SEI Festival tornano gli Inude, trio nato dall’unione profonda delle tre anime musicali di Flavio, Francesco e Giacomo che hanno dato vita ad un’elettronica calda, dalle tonalità soul e romantiche. Dopo il loro secondo lavoro discografici “Clara Tesla”, pubblicato il 5 Dicembre 2019, ricalcano la scena con i nuovi singoli “We Share”, “Ballad1” e “Ok, it’s monday” che anticipano l’uscita del nuovo album in autunno 2021 e un nuovo live estivo. Nell’attesa di ascoltarli dal vivo, abbiamo intervistato i tre artisti durante il format “SEI in arrivo”, breve rassegna di live streaming su Twitch e Youtube, ripercorrendo insieme pensieri, riflessioni e prospettive legate alla loro musica e al mondo dello spettacolo post pandemico.

 

G: Partendo dall’ascolto del vostro primo EP fino ad arrivare alle ultime canzoni, si può notare un’evoluzione non solo nel sound ma anche nella percezione che si ha della vostra musica, come se fosse meno eterea e più concreta.  È un cambiamento voluto o è stato automatico?

(Giacomo) Una via di mezzo. Ovviamente c’è una ricerca diversa, si continua a sperimentare, cambiano i gusti, cambiano gli ascolti, cambia il modo in cui produci. Poi siamo “vecchi” anche noi, nel senso che il progetto va avanti da 5 anni e dal punto di vista di chi fa musica dovrebbero essere tanti. Poi noi passiamo la nostra vita in studio quindi è ovvio che si innesca una sorta di meccanismo automatico.  È più concreta perché inseriamo sempre di più strumenti veri nelle produzioni, mentre prima l’elettronica era quasi pura.

C: Il 13 novembre dello scorso anno è uscita “We Share”, un brano profondo e delicato che parla di condivisione. In questo periodo, oltre che per la pandemia, la gente condivide sempre meno i propri sentimenti per non mostrarsi debole agli occhi delle persone; qual è quindi per voi il senso della condivisione? In che modo l’avete fatto voi in quest’ultimo anno (oltre che con la musica)?

(Giacomo) Io, come gli altri, condivido poco sui social ad esempio, per cui diamo priorità ai rapporti umani. Spesso le parole e i pensieri che vogliamo esprimere in maniera virtuale rimangono nell’etere. Personalmente se mi viene un pensiero e voglio buttarlo fuori preferisco scrivere una canzone piuttosto che fare un post di sfogo su Facebook e Instagram, mi sentirei quasi stupido a farlo.

(Francesco) Io ho una concezione un po’ particolare perché penso che il 90% delle persone che mi seguono sui social non se ne debbano fare niente di me. Il discorso di condivisione è più puntato all’individualismo, che prima del covid era già estremamente diffuso; il covid ha rafforzato questa cosa in tanta gente e magari alcuni sono stati forzati a pensare solo a se stessi con conseguenti problemi di ansia e nel rapportarsi con altre persone. La vedo più sotto un punto di vista “patologico”, molta gente si ritrova chiusa in casa e inizia a soffrire senza rendersi conto che la cosa che più gli manca è proprio la condivisione, parlare con un amico, dire una cosa in modo naturale senza sentirsi attaccati.

(Flavio) A quasi 30 anni trovo che il miglior modo di condividere sia la scrittura della musica, unendo l’arte e la condivisione dei pensieri. Per il resto il miglior modo è quello dell’aggregazione che ci è mancata fino a poco tempo fa. Credo siano rimasti gli unici metodi realmente funzionali, la tecnologia non colma la distanza.

C: Avete annunciato le date del tour estivo che vi porteranno in giro per l’Italia: il 23 Giungo sarete al Mood Festival di Rende per proseguire poi a Putignano il 24 Giugno, a Roma il 30 Luglio, a Taranto il 31 Luglio e al Castello di Corigliano d’Otranto per il SEI festival il 13 agosto. Sappiamo anche che avete già ricalcato il palco accompagnando Vipra al Miami qualche settimana. Quindi vi state man mano riappropriando di nuovo della dimensione live. Come è questo ritorno di adrenalina da live?

(Flavio) Per quanto mi riguarda è stato divertentissimo. Mi ha fatto piacere vedere quanto la gente avesse realisticamente voglia di vedere gente suonare sul palco. Tra l’altro credo che questa necessità sarà sempre maggiore col tempo, anche col ritorno di strumenti e delle band, vedere il numero sul palco. Questa è una mia previsione. Il 23 Giugno ci sarà tutto un altro atteggiamento perché si ritorna al proprio progetto, quindi non vedo l’ora di divertirmi e di emozionarmi soprattutto. Sarà di nuovo una prima volta.

G: C’è una differenza di approccio al live tra quando si suona il proprio album rispetto a quello di un altro?

(Francesco) Nell’ottica di una band uno guarda all’altro, e tutti cerchiamo di romperci le scatole per essere quanto più precisi possibili. Quando invece siamo la band di un’altra persona cerchiamo di essere più professionali.

(Giacomo) Sicuramente ti senti un po’ meno carico di responsabilità perché solitamente giudicano il “frontman” e non, ad esempio, il chitarrista.

C: Tra tutti i concerti che ora stanno uscendo, a quale vorreste andare o di quale avete già acquistato il biglietto?

Noi abbiamo preso quelli di Bon Iver a Milano e vorremmo cercare di venire da voi per vedere il live di Venerus, perchè, oltre alla stima e l’amicizia col chitarrista della sua band, abbiamo enormi aspettative.

G: Venerdì 18 Giugno è uscito il vostro nuovo singolo “Ok, it’s monday”, un brano che racconta un po’ la routine. Ora arriva un domandone: prima della pandemia c’erano i soliti amici, i soliti locali, le solite abitudini di cui spesso ci lamentavamo e che il covid ci ha strappato senza chiederci permesso. Ora che la situazione si sta man mano ristabilendo, quanto di quello che davate prima per scontato avete riscoperto come “prezioso”?

(Flavio) Riscopri soprattutto le piccole cose, come andare da un amico a bere un bicchiere di birra. Inoltre vedo difficoltà da parte di molti nel rapportarsi con la gente anche nelle piccole feste. Però nei posti in cui non andavo continuerò a non andare (ride)

(Giacomo) Stavo pensando a quando abbiamo suonato a Milano, ancora c’era il coprifuoco alle 11, ma allo stesso tempo abbiamo avuto modo di incontrare tantissima gente e vedere anche solo una piazzetta frequentata da tante persone diverse è stata una boccata d’aria.

C: Secondo voi, dopo questo periodo di pandemia, la concezione del ruolo dell’artista, per chi lo è e per chi no, è maturata rispetto agli anni precedenti?

(Giacomo) La considerazione che si ha dell’arte e degli artisti non è mai abbastanza. C’è un’immagine distorta di chi lavora nel mondo dello spettacolo e soprattutto di noi musicisti, perché non ci si rende conto che lavoriamo 24h su 24.

(Francesco) Io penso che ci saranno dei cambiamenti anche perché la legge dello spettacolo è ferma agli anni ‘30, ma spero anche che dall’altra parte i musicisti capiscano che anche versare quei 30 euro in più al FPLS (fondo pensione lavoratori dello spettacolo, ndr.) sia la cosa giusta da fare per mettersi in regola.

Intervista a cura di Cristiana Francioso e Giacomo Fontana