CRISTIANO GODANO: LA GUERRA TRA CUORE E MENTE COMBATTUTA NEL SUO DISCO DA SOLISTA “MI ERO PERSO IL CUORE”

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Il primo appuntamento della XV edizione del SEI Festival ospiterà sul palco del Castello Volante di Corigliano d’Otranto (11 Luglio) Cristiano Godano, artista poliedrico, è cantante, chitarrista, autore, attore e scrittore. Oltre a essere il cantante dei Marlene Kuntz, infatti, è l’autore di tutti i testi (oltre 130) della band. “Mi ero perso il cuore” è il suo primo disco solista, uscito a giugno 2020 in digitale, CD e doppio Vinile da collezione 180gr. In quest’intervista racconta la guerra tra cuore e mente combattuta in questo album.

L’11 luglio a Corigliano sul palco del nostro SEI Festival ascolteremo il tuo nuovo disco “Mi ero perso il cuore”. Come mai questo nome e soprattutto: sei riuscito a ritrovarlo?

Era un titolo che alludeva al fatto che nel disco mi ero accorto di aver parlato molto della prevaricazione della mente sul cuore, quando la mente si sviluppa e diventa ossessiva e ogni giorno presenta gli stessi monotematici pensieri si va un po’ dietro in maniera succube e questo va un po’ a discapito delle emozioni, del cuore e di tutta la parte impulsiva di noi.

Tra l’altro nel tuo disco da solista ritroviamo un sound e delle sonorità molto intime e delicate, come anche nei testi, e soprattutto leggevo anche in altre interviste che questo disco mette a nudo delle vulnerabilità. Come è nata l’esigenza di creare questo disco come Cristiano Godano e non come Marlene Kuntz?

Sono un cantante che sta con una band felicemente da trent’anni, abbiamo fatto 10 dischi e la maggior parte delle canzoni proviene da me. Questa esperienza di condivisione fa sì che tutte le mie idee vengano plasmate dall’esperienza di Riccardo e Luca quando compongo per i Marlene Kuntz. Dopo 10 dischi sentivo giusto, ragionevole, opportuno e plausibile fare un disco dove le mie canzoni andassero dove dicevo io e non dove la democrazia della band portava e quindi ho fatto una cosa che nella storia del rock fanno tantissimi song writer di band che a un certo punto hanno il desiderio di fare un disco che li rispecchi dall’inizio alla fine senza dover passare per la condivisione con altri del gruppo, così com’è giusto che sia. Fare un disco da solo vuol dire prenderti le responsabilità di portare le canzoni dove ti piace, dove più sogni che vadano.

La tua penna e le tue parole le abbiamo apprezzate da sempre per quella particolare ricercatezza, mai banale, a volte addirittura aulica. Nel cantautorato di ora i testi si sono spogliati però di questa ricercatezza, cercando di essere quanto più diretti e semplici. Cosa ne pensi di questo cambiamento? Credi che sia figlio di una società ormai abituata alla brevitas e quindi alla mancata voglia di andare oltre al primo ascolto?

Ma io non sono un sociologo quindi non ho una risposta inequivocabile e intelligente da dare, se non qualcosa di istintivo. Probabilmente la risposta è un po’ in quello che dici tu. Io posso dire, per estendere il ragionamento, che secondo me i ragazzi di adesso che fanno musica sanno che per arrivare sulle piattaforme e avere un po’ di numeri bisogna fare qualcosa che piace a tutti e quindi cercano le soluzioni che suonano sia da un punto di vista musicale che simili alle altre. L’unica via che hanno per cercare di fare grandi numeri è questa. Io provengo da una generazione, da un ambito culturale, che non ha mai avuto l’esigenza di fare grandi numeri. Con questo non voglio dire che sono così naif da fottermene se mi seguono in 20 o in 5 milioni di persone, preferirei 5 milioni ovviamente, però senza venir meno alla mia indole che è un po’ più complessa e questo da sempre mi ha precluso la possibilità di arrivare a persone che non hanno magari voglia di affrontare un processo artistico un po’ più complesso. Quindi in definitiva al giorno d’oggi la maggior parte dei ragazzi cerca le soluzioni facili, quindi il pop, e tutto ciò che non è pop di questi tempi con le piattaforme fa molta più fatica di una volta.

Nel disco ci sono due tracce che hanno due titoli abbastanza simili e che fanno intendere la connessione tra esse, ossia “padre-figlio” e “figlio- padre”. Nella tua vita, tra questi due ruoli, quali credi sia stato più difficile da affrontare? L’essere padre o l’essere figlio?

Con molta difficoltà devo dire forse fare il figlio. Io non avevo complessità insormontabili o che hanno creato una frattura tra me e i miei genitori, però c’è stata una difficoltà di un certo tipo, che è quella di cui parlano molti artisti quando il padre muore. De Andrè diceva: “Il mio grande rammarico è non essere mai riuscito a dirgli certe cose”. E questa è la difficoltà che ha un figlio col padre, la incomunicabilità, e questa cosa è rimarchevole. Quindi se faccio la tara penso che la cosa forte di questa esperienza di incomunicabilità può essere che con mio figlio, nonostante parecchie difficoltà, sia riuscito leggermente a fare un upgrade.

Il claim della quindicesima edizione del nostro Festival quest’anno è “we can be heroes”, prendendo ovviamente spunto dalla dalla canzone di David Bowie. Secondo te come si può essere Heroes attraverso la musica?

Una risposta semplicissima, basta fare la musica che faccio io, perché riconnette alla risposta che ti ho dato prima. Tutto ciò che non cerca soluzioni facili per indole o per chissà quale cosa estetica di questi tempi è eroico, perché non è remunerato dalle piattaforme e queste non premiano tutto ciò che non è uniforme, tutto ciò che non è mainstream e tutto ciò che non è commerciale. Quindi fare musica di un certo tipo è eroico.

Intervista a cura di Cristiana Francioso e Giacomo Fontana