CHAPITRE I: L’IDENTITÀ IBRIDA DI LES CONTES D’ALFONSINA

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Prodotto da Dodicilune, distribuito in Italia e all’estero da Ird e nei migliori store on line da Believe Digital, venerdì 17 luglio esce Chapitre I, esordio discografico del quartetto italo – francese Les contes d’Alfonsina. Il progetto di ispirazione manouche, raccoglie le eredità musicali dei quattro musicisti – la cantante Sofia Romano, il clarinettista Hugo Proy, il violinista Frédéric Gairard e il chitarrista Marco Papadia – alla ricerca di un’identità ibrida tra gipsy jazz e canzone francese, esotismi mediterranei e modernità. Sofia Romano, in attesa delle due presentazioni ufficiali del disco previste una venerdì 17 Luglio al Valdarno Jazz Festival di Gropina (frazione di Loro Ciuffenna in provincia di Arezzo) e l’altra Domenica 19 Luglio sul palco del SEI – Sud Est Indipendente Festival al Castello Volante di Corigliano d’Otranto in provincia di Lecce, racconta in anteprima il percorso personale e collettivo confluito in Chapitre I sul sito del Sei Festival.

LES CONTES D'ALFONSINEQual è l’identità artistica di questo album? L’ispirazione di partenza è il patrimonio musicale Gipsy Jazz Manouche e la canzone francese. La ricerca artistica che ha dato vita all’album si inscrive in questa tradizione musicale e cerca di integrarvi le nostre eredità culturali e uno sforzo inedito più orchestrale tra gli strumenti. Il risultato passa attraverso scelte compositive e di arrangiamento a volte insolite rispetto alla tradizione manouche e strizza l’occhio ad atmosfere esotiche e tzigane. Altro elemento identitario è l’attenzione al racconto come suggerisce il nome del gruppo e dell’album stesso: I racconti di Alfonsina, Capitolo I. L’idea era di non sacrificare l’aspetto narrativo a fronte della ricchezza melodica tipica del gipsy jazz; ma, al contrario, di trasformarla in un traghettatore di quadri narrativi. L’identità artistica, dunque? È un’identità senz’altro ibrida, che parte dal manouche, si colora di esotismi ritmici e melodici, di sforzi armonici più moderni, di un tentativo di complementarietà tra le voci e i rapporti strumentali e approda su atmosfere emotivamente tese.

Attrice, scrittrice e cantante. Sei un’artista eclettica e hai maturato molte esperienze. Se dovessi dividere il tuo percorso artistico in tre momenti fondamentali, quali sarebbero?
Il punto di partenza ovviamente, come primo momento. La formazione teatrale e l’amore per la scrittura che ho sempre cercato di integrare nella musica. La dignità della parola e del racconto e il gusto per la storia.

L’incontro con la musica che è arrivato relativamente tardi nella mia vita. Ero già vent’enne quando ho iniziato a muovere i primi passi nel canto e, nello specifico, nel repertorio e nel linguaggio jazz.

Il trasferimento a Parigi come terzo momento fondamentale. L’incontro ravvicinato con il manouche e il colpo di fulmine. Il ruolo di totalità che viene dato alla musica e all’arte, la serietà della dedizione, la ricchezza in termini di quantità e qualità. E quell’agonismo, non sempre sano, ma che se ben gestito diventa motore e motivatore.

Un quartetto, quattro teste, quattro esperienze diverse che però hanno dato vita ad un unico disco. Qual è stato il percorso creativo di Chapitre I?
Chapitre I è un album nato in due momenti. I germi sono stati messi in trio, io Marco Papadia (chitarra) e Hugo Proy (clarinetto) ci siamo conosciuti a Parigi tre anni fa e con una certa naturalezza abbiamo remato nella stessa direzione. Già in questa prima fase Hugo è diventato il collante tra il bagaglio di Marco, più orientato verso il jazz contemporaneo; il mio amore per il manouche e il racconto. Solo un anno fa abbiamo conosciuto Fred Gairard (violino) che ha saputo dare al progetto un gusto più esotico e tzigane. Una stima artistica reciproca ha dato vita a questa formazione insolita, dove la chitarra assolve alla funzione armonica e ritmica e diventa sostegno unico alle tre voci. Credo sia stata questa specificità a farci raccogliere la sfida dell’orchestrale, snaturando un po’ i rapporti tra gli strumenti nella tradizione manouche e diventato elemento identificante nell’arrangiamento e nella composizione.

Guardando la copertina dell’album si ha la sensazione di essere tra il sacro e il profano, tra troubadours e trouvères, tra terra e mare. Qual è il messaggio racchiuso in questa ricerca artistica?
La copertina è stata realizzata da un’artista spagnola che stimo tantissimo, Aitana Carrasco. L’atmosfera che le avevamo comunicato e che lei è riuscita a tradurre in immagine è quella dei freak shows di inizi 900. Gli spettacoli circensi in cui i protagonisti erano i fenomeni da baraccone, un universo fiabesco un po’ ombroso e che racchiude una certa drammaticità romantica lontana e bizzarra. È un po’ quello che ci sembra emergere dalle atmosfere dell’album stesso, questo equilibrio tra fiaba e dramma. I quattro personaggi presenti sono i protagonisti dei brani e l’elemento del mare evoca il tema del ricordo e della nostalgia, fil rouge dei quadri narrativi.

Durante il Lockdown hai preferito mantenere un silenzio artistico piuttosto che esibirti in streaming. Come mai? Credi che il tuo messaggio sia in qualche modo arrivato?
L’obiettivo del mio silenzio artistico era quello di portare l’attenzione sulle problematiche proprie al professionismo musicale in Italia, legate all’assenza di uno statuto socio-fiscale idoneo e all’incidenza del lavoro nero. Fragilità che il lockdown ha esasperato e reso quanto mai drammatiche. Il mio fine era aprire uno spazio di riflessione e di sensibilizzazione e richiamare noi stessi, musicisti e professionisti dello spettacolo, al ruolo attivo di responsabilità di fronte alla nostra identità e dignità non solo artistica, ma anche sociale e politica. Non so se il mio messaggio (e quello dei tanti che si sono mossi in questo senso) sia arrivato, credo lo scopriremo nei mesi avvenire.

Il 19 Luglio presenterete dal vivo il vostro lavoro discografico nel Salento, la tua terra natale. Credi che le emozioni di questo palco saranno più intense?
Credo che il posto dal quale si viene ci metta sempre di fronte ad un bagaglio emotivo particolare. Io sono andata via con rabbia e dolore e la speranza è che entrambe si siano sublimante in qualcosa di positivo, questo lavoro discografico. Sento di dover restituire questa trasformazione lasciando qualcosa di (per me) bello in un posto che mi ha dato tanto e tanto fatto soffrire.

Che cosa dovremmo aspettarci dal concerto del Sei – Sud Est Indipendente Festival?
Passione viscerale che è nostra e della musica gitana e verità. E spero buona musica, me lo direte voi.

Intervista a cura di Cristiana Francioso