BIANCONI: LA MUSICA MINIMALE DI “FOREVER” COME LINGUAGGIO UNIVERSALE

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Sabato 14 Agosto (ore 22 – Prevendite nel circuito Dice.fm -> http://bit.ly/SEI_Bianconi) a Melpignano il Sei Festival ospiterà il cantautore e leader dei Baustelle Francesco Bianconi.  Accompagnato sul palco da un ensemble di sei musicisti, Francesco Bianconi presenterà finalmente dal vivo le canzoni del suo primo progetto solista “Forever” uscito il 16 ottobre 2020 per BMG. In attesa del concerto, il cantautore racconta in questa intervista la natura e la direzione del suo primo album da solista, un lavoro discografico con cui l’artista vuole arrivare al mondo intero, ricordando a tutti il senso unico dell’umanità: siamo tutti fratelli.

Il 16 ottobre 2020 è uscito il tuo primo album da solista “Forever” che, a differenza dei tuoi precedenti progetti con i Baustelle suona molto più minimale e le parole sono esaltate e messe in primo piano. Quando hai sentito la necessità di far nascere questo progetto?

Forever è nato forse proprio per reazione ad un periodo un po’ massimalista con i Baustelle dopo aver fatto due dischi gemelli che erano una sorta di grande esperimento sul pop molto arrangiato, molto orchestrato. Per cui mi son sentito un po’ come aver dato tutto in una direzione, aver spinto l’acceleratore in una direzione specifica. Quindi è venuto naturale pensare che ci dovesse essere una pausa con la band e questa pausa è stata riempita con un mio progetto solista che doveva essere per forza completamente diverso. Così è nata l’idea di un disco di canzoni però molto strane, che giocano in un campo sportivo totalmente diverso rispetto a quello della musica pop. “Forever” è quasi più un disco di musica classica.

La canzone “L’Abisso” è un inno al’introspezione e all’autoanalisi, a prenderci del tempo per capire meglio noi stessi oltre che gli altri (“Perché conosco bene gli uomini, racconto i loro demoni Ma non riesco a scrivere dei miei). Attraverso questa anabasi, questa marcia verso l’interno, hai mai scoperto lati di te che hai affrontato con difficoltà?

La canzone “L’abisso” è proprio fotografia e manifesto di come mi sento come essere umano in questo momento. Mi sento più coraggioso che in passato e quindi evidentemente mi sento anche più pronto ad affrontare certi demoni, che, come tutti, tendiamo per comodità a comprimere. Spesso gli uomini passano la vita a evitare il confronto diretto con un sacco di cose, quindi forse anche con il proprio io. Fortunatamente attraverso un periodo in cui avevo voglia di scrollarmi di dosso questa paura e di affrontare anche certi abissi poco sondati e l’ho fatto. Si fanno incontri anche spiacevoli, si fa conoscenza di parti di noi che possono fare paura, però è sempre bene convivere con i propri mostri e invitarli a cena piuttosto che tenerli chiusi in cantina.

Uno degli aspetti più interessanti di questo progetto è la presenza di artisti provenienti da tutto il mondo, dall’America al Marocco. Addirittura nel brano”Fàika Lìl Wnhàr” ti cimenti in un ritornello in arabo. Che tipo di scambio culturale c’è stato nella realizzazione di queste canzoni?


Ne sono uscito arricchito perché credo nella contaminazione. Credo che viviamo un moment storico nell’occidente molto misero, anche politicamente parlando, fatto di chiusure, di rinascita dei nazionalismi, dei sovranismi, dei fascismi. Per cui almeno la musica dovrebbe ricordare agli esseri umani di essere fratelli, di essere tutti uguali. Per cui l’arte e la musica sono dei linguaggi che dovrebbero essere inclusivi. Ce n’è bisogno in questo momento più che in altri momenti storici. “Forever” era nato proprio così, da una necessità di rendere così

. Io non volevo fare un disco italiano, volevo fare un disco di un italiano che però ha come platea ha il mondo intero. Mi è sembrato naturale che queste canzoni così fuori dal tempo potessero essere anche fuori dalle geografie e da qui ho pensato ad ospiti non italiani che potessero avvalorare questo progetto.

Al giorno d’oggi l’ascolto della musica è diventato molto dinamico, quasi non ci si sofferma più sulle parole e tu, dai Baustelle al tuo percorso da solista, hai sempre mantenuto una ricercatezza nei tuoi testi che richiedono la giusta attenzione. Credi che il giovane pubblico, rispetto a quello dei Baustelle, abbia lo stesso approccio verso la tua musica?


Sicuramente è cambiato il modo di ascoltare la musica, com’è cambiato anche il mio, che sono un “vecchio”. Anche io sono vittima o conseguenza della cultura dello skip, dell’ascolto digitale, forse sono anche più disattento di una volta. Però è anche vero che poi ci sono delle musiche che a differenza di altre, anche durante un ascolto disattento, viene voglia di riascoltare più in profondità, altrimenti semplicemente non arrivano. “Forever” semplicemente non può fare a gara nella battaglia degli streaming, però secondo me c’è ancora pubblico per determinata musica.

Abbiamo lanciato l’hashtag #wecanbeheroes, in che modo un artista può essere un eroe in questo periodo?


Semplicemente esserci, esserci col corpo, fisicamente. Nonostante tutte le restrizioni che ci sono, la presenza fisica diventa simbolica ed eroica. Diventa un modo per dimostrare in maniera concreta che c’è speranza, che c’è qualcosa che ancora si muove nonostante il periodo molto duro.