BEATRICE ANTOLINI: IL LABORATORIO MUSICALE DEL CONTEMPORANEO

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Dopo la pubblicazione del suo ultimo album L’AB (Tempesta Dischi) prodotto, arrangiato e suonato in toto, due tour con Vasco Rossi e la partecipazione alla 70° Edizione del Festival di Sanremo come direttrice d’orchestra per Achille Lauro, Beatrice Antolini riparte con un tour che toccherà anche il palco del Sei – Sud Est Indipendente Festival. Nell’attesa di ascoltare la sua musica, ha raccontato sul sito del Sei Festival il messaggio del suo ultimo lavoro discografico, L’AB. Una fotografia del mondo contemporaneo scattata tre anni fa.


Nel 2018 pubblichi il tuo ultimo lavoro L’AB, un disco prodotto, arrangiato e suonato in toto da te. Raccontaci il percorso creativo e produttivo di questo album… 

I primi brani li ho scritti, appunto, circa 3 anni e mezzo fa. Alle fine avevo scritto e arrangiato circa 80 provini e idee, producendo per bene solo quelli che avevano un senso nell’insieme. Volevo fare un concept per dire delle cose, non proprio una critica ma piuttosto una foto di questo momento storico per quello che mi riguarda personalmente, ma anche per quello che vedo nella gente. In questo brodo di cui parlo ci siamo in mezzo tutti e quindi pure io, non mi pongo come deus ex machina, anzi come tutti stiamo vivendo una mutazione come gli animali e le piante, mutazioni di nuovi modi di vivere. Non è una critica ai social, io li uso in un modo che non mi fa male e qualcuno invece ci può cadere dentro in dei modi non così sani. Nascono sempre prima i pezzi e poi arrivano dei testi ed evidentemente in questo momento nella mia vita avevo voglia di dire queste parole. Tutti i pezzi che ho scelto di “L’AB” hanno una loro coerenza, fanno parte dello stesso messaggio, sono cose magiche, arrivano e uno si mette a disposizione. Io la vivo così, un po’ da esoterista. 

La musica classica fa parte del tuo ampio background musicale. In che maniera si è inserito nel tuo percorso artistico questo genere così lontano da quello dei tuoi lavori?

In realtà se ascolti bene fin dal primo disco si sente chiaramente il mio amore per la musica antica/ classica/contemporanea e sinfonica. 

In un’intervista su Rolling Stone hai dichiarato “Nel 2020 non ha senso dividersi in fazioni”, parlando dell’indie e del pop. Un’affermazione che mi ha molto incuriosita. Puoi spiegarci meglio questo punto di vista?

Certo, è palese che i generi da molti anni si sono contaminati e che parlarne ormai è quasi inutile, è tutto un magnifico mesh up di stili ed io sono chiaramente molto felice di questo perché lo faccio mei miei dischi dal 2004. Comunque odio le divisioni e le fazioni in generale, non so come la gente più “di genere” mi veda, ma onestamente non mi è mai interessato molto. 

In questi anni hai esplorato le possibilità della melodia, del ritmo, hai attraversato con attitudine punk la musica colta e il pop e la psichedelica. Hai viaggiato tanto per poi tornare a esplorare te stessa tenendo tutto insieme, denso. Di che materia è fatta la tua musica oggi? 

La mia musica è sempre una fotografia e una interpretazione del periodo storico che sto vivendo . I brani arrivano da soli. I suoni, gli arrangiamenti, la produzione, mi arriva tutto insieme in un modo che non so proprio spiegare. Molto spesso non riesco neanche a ricordare il momento, in cui nasce un pezzo e quando li ascolto mi trovo a chiedermi: chissà quando l’ho scritto, perché e come! Sicuramente bisogna essere preparati a seguire un flusso energetico. Io credo molto nelle energie e se uno è predisposto ad accogliere, accoglie. Se, invece, ti chiudi e non ti applichi, perché poi dietro tutto questo ci sono anche tante ore, giornate e mesi di lavoro, questo non accade.

La tua capacità di muoverti con agilità tra vari strumenti ti permette di abbattere alcuni limiti espressivi, di suonare quello che hai in testa senza mediazioni. Come si è evoluto il tuo modo di scrivere nei tuoi brani?

Big Saloon era una casa con una porta magica, entrando trovavi vari personaggi e cose bizzarre, psichedeliche. A due, invece, è stato un disco un po’ più introspettivo, wave tribale. Lo dico con modestia, ma per me è proprio un disco da compositore, perché ci sono strati e strati di arrangiamenti. Dovevo buttare tutto dentro quel disco e devo dire che rimane uno dei miei dischi preferiti. È stato anche quello che mi ha dato più visibilità e mi ha permesso di fare tante cose, tanti live. Mi ha dato veramente tanto. Poi è arrivato BioY. Un disco più afrobeat, tutto suonato, anche quello, con tantissime percussioni. Si può dire che sia il mio disco più percussivo. Poi c’è stato Vivid, che è il mio disco più orecchiabile, ma già con l’Ep Beatitude ho rimesso in discussione tutto, perché mi sentivo pronta a farlo. È stato come se fosse una ripartenza, che mi ha portata a L’AB, un disco, a cui sono legatissima, perché è un disco premonitore, nel senso che parla di questi tempi, di quello che si vive in questo mondo, con i social, ma non da un punto di vista negativo. È un’analisi dall’interno, di un qualcosa in cui ci sto dentro pure io. Quando in Forget To Be parlo di dimenticarsi di essere, è una cosa che forse provo anch’io, perché a volte non studiamo noi stessi, non ci ascoltiamo e non capiamo chi vogliamo essere e chi vogliamo diventare. Second Life, invece, ha un testo davvero premonitore. È quasi allucinante, perché la canzone è uscita il giorno dopo che ho ricevuto la proposta di andare a suonare con Vasco Rossi e in quel periodo anche nella mia vita privata, di cui non parlo mai, purtroppo ci sono stati degli eventi traumatici, che hanno cambiato tutta la mia prospettiva. Nella vita quando cresci, anche per delle cose spiacevoli, ti cambia tutta la visuale. Second Life è questo.

Sei una donna ed un’artista senza ombra di dubbio eclettica, emancipata e grintosa. Il 6 Agosto suonerai al Castello Volante di Corigliano d’Otranto sul Palco del Sei – Sud Est Indipendente Festival davanti ad un pubblico di giovani. Che messaggio vorresti trasmettere con la tua musica a questi ragazzi?

In L’AB c’è tanto amore e il messaggio è sicuramente quello di usare il cuore, più che la mente, del governare se stessi, della ricerca di sé e del diventare degli esseri un po’ definiti, non sempre in preda alle emozioni più incontrollate. Studiamo noi stessi, miglioriamoci. I nostri avi avevano delle qualità che noi non abbiamo più, vivevano molto più a contatto con la natura, col cosmo e seguivano una parte umana, che noi non seguiamo più, anzi, viene quasi derisa.